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Pensioni, bonus Giorgetti in manovra: come guadagnare di più restando al lavoro. A chi conviene
di Miriam Carraretto
Pensioni, bonus Giorgetti in manovra: come guadagnare di più restando al lavoro. A chi conviene
(ansa)
L’ex bonus Maroni, riconfermato per il 2026, assicura più netto in busta paga a chi rinvia la pensione anticipata. Ma tra finestre di decorrenza e impatti diversi sull’assegno, la convenienza non è uguale per tutti. Ecco una guida pratica con importi, simulazioni e aspetti da considerare

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30 Ottobre 2025 alle 05:00
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ROMA – Bonus Giorgetti anche nel 2026. Chi è arrivato alla soglia della pensione anticipata ma sceglie di restare al lavoro potrà ancora trasformare la propria quota di contributi in un aumento immediato in busta paga. È questo il senso dell’ex bonus Maroni, oggi appunto Giorgetti, confermato anche nella bozza della prossima Legge di bilancio, in continuità con le misure degli ultimi anni e prorogato ai lavoratori che maturino i requisiti fino a fine 2026. Cos’è in parole povere? Di fatto, un’agevolazione per chi posticipa il pensionamento, a fronte di un compenso più ricco, immediato, al posto dei contributi pensionistici. Si può avere solo quando il diritto alla pensione anticipata è già stato maturato e si decide di proseguire l’attività professionale per guadagnare qualcosina in più.

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Se tutto verrà confermato dal governo Meloni, nel 2026 funzionerà come adesso: il dipendente che avrà raggiunto i requisiti per la pensione anticipata – sia flessibile che ordinaria – potrà rinunciare all’accredito della quota di contributi a suo carico, pari a circa il 9,19% dello stipendio lordo nel privato e a 8,89% nel pubblico. È questa la percentuale di “guadagno” netto in busta. Il datore di lavoro in pratica non versa più questa parte all’Inps o ad altro ente previdenziale e “gira” lo stesso importo direttamente al lavoratore in busta paga, con un trattamento fiscale di favore. L’effetto per il lavoratore, appunto, è uno stipendio mensile più alto.

Piace o no? Così così. Spulciando la relazione tecnica di Palazzo Chigi, si osserva come per il 2026 la stima prudenziale parla di circa 6.700 accessi, con il 12% circa degli aventi diritto effettivamente indotti a rimandare l’uscita, segno che l’incentivo intercetta soprattutto chi è vicino alla decisione e sta facendo molto bene i conti sui pochi mesi (in qualche raro caso anni) di differenza che ancora gli restano da lavorare. I dati certamente aiutano a leggere la misura per quello che è: un incentivo, sì, ma da valutare numeri alla mano, che costa poco all’inizio e si riequilibra nel medio periodo, che può significare qualche centinaia di euro in più al mese senza oneri fiscali, ma soprattutto se il “prolungamento” al lavoro è limitato. Vediamo nel dettaglio.

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I requisiti: chi può fare domanda
Possono averlo i lavoratori dipendenti iscritti all’Assicurazione Generale Obbligatoria, la cosiddetta Ago, o a forme sostitutive o esclusive. Serve aver maturato entro il 31 dicembre 2026 i requisiti per la pensione anticipata ordinaria (42 anni + 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni + 10 mesi per le donne). Essenziale non percepire già una pensione né aver presentato domanda per un trattamento previdenziale diretto: unica eccezione riguarda eventuali assegni di invalidità.

Una di quelle domande sempre ricorrenti in merito al bonus Giorgetti è se l’incentivo riguardi anche il pubblico impiego. E sì: il diritto è esteso a tutti i dipendenti, sia privati che pubblici. Come avviene già oggi, per chi avrà maturato i requisiti nelle annualità 2025-2026, le finestre di uscita restano quelle già note, ossia quelle mobili di tre o quattro mesi a seconda della gestione.

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Come funzionerà nel 2026
Attenzione che la finestra di partenza degli effetti del bonus ex Maroni non è istantanea: se la rinuncia alla pensione anticipata viene presentata prima della prima data utile per la decorrenza della pensione stessa, il beneficio scatta proprio da quella finestra. Se la scelta arriva in coincidenza con la prima finestra o successivamente, l’effetto parte dal primo giorno del mese successivo. In ogni caso, da quel momento l’azienda smette di versare la quota contributiva a carico del lavoratore e la trasferisce in busta paga come importo aggiuntivo netto.

Come chiarito dall’Inps, l’avvio avviene solo dopo l’autorizzazione dell’Istituto: tradotto, significa che è necessaria una domanda, rigorosamente online, previa verifica dei requisiti. L’Inps poi comunica l’esito entro trenta giorni sia all’interessato sia al datore. Solo dopo il via libera scatta la sospensione del versamento della quota lavoratore e l’eventuale conguaglio di quanto già pagato nei mesi precedenti.

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I vantaggi per lavoratori e imprese
Per capire se davvero il bonus Giorgetti faccia o meno al caso vostro, occhi prima di tutto al calendario. La normativa sulla decorrenza della pensione anticipata prevede finestre temporali di alcuni mesi tra maturazione del diritto e primo assegno. Come detto prima, per l’anticipata ordinaria gli scatti restano di tre o quattro mesi a seconda della gestione. Queste finestre sono molto rilevanti perché la trasformazione dei contributi in netto scatta dal primo mese utile successivo alla rinuncia, e presentare la domanda in tempo consente di non perdere mensilità.

Una volta deciso per il sì, per il dipendente l’effetto è immediatamente visibile in busta paga: la percentuale di solito trattenuta come contributo, come detto prima, si trasforma in retribuzione netta. Prima cosa. Seconda: diciamo che, sul piano fiscale, il meccanismo è particolarmente favorevole, perché la somma che rimpiazza i contributi non entra nel reddito tassabile e quindi non subisce l’Irpef.

Terzo, riflettiamo con calma sulla futura pensione: su questo, la relazione tecnica dell’Esecutivo esprime un concetto piuttosto chiaro, e cioè che le componenti dell’assegno calcolate in modo retributivo non cambiano, perché dipendono dalla retribuzione pensionabile e non dalla quota di contributi versata a carico del dipendente. La parte contributiva, invece, durante i mesi di incentivo cresce solo con la quota del datore, quindi con un ritmo più lento rispetto allo standard. È il motivo per cui la convenienza va davvero valutata su orizzonti temporali non troppo lunghi, quando l’aumento di netto compensa ampiamente il minore incremento del montante. Infine, lato aziende, aspetto per nulla trascurabile e anzi spesso oggetto di equivoco, riguarda la natura dell’intervento: il bonus Giorgetti non è un incentivo alle assunzioni né uno sgravio per le imprese. E proprio perché agisce solo sulla parte contributiva del lavoratore, non richiede il rispetto delle condizioni tipiche degli incentivi occupazionali, come il controllo sul Durc, e non produce vantaggi diretti sul costo aziendale.

Quanto vale in busta paga: tutti gli aumenti e chi ci guadagna davvero
La domanda a questo punto è: ma quanto si guadagna davvero di più? Per dare un’idea concreta, si può partire da alcune simulazioni basate su retribuzioni lorde tipiche e sulla quota contributiva standard del lavoratore.

Con un lordo annuo di 25mila euro, l’incentivo si traduce in un aumento di circa 2.300 euro l’anno, vale a dire poco meno di 190 euro al mese. Portando il reddito a 30mila euro, il beneficio sale intorno ai 2.750 euro annui, pari a circa 230 euro mensili. A 35mila euro, l’importo supera i 3.200 euro l’anno, con un effetto in busta nell’ordine dei 265 euro mensili. Per chi si colloca a 45mila euro lordi, il vantaggio si avvicina ai 4.140 euro l’anno, ossia circa 345 euro al mese. Infine, oltre i 60 mila euro, l’incremento può superare i 5.500 euro annui, con più di 450 euro al mese. Cosa significa questo? Che più alta è la retribuzione imponibile, maggiore è la quota che rientra come netto.

Occhio che nella valutazione della convenienza pesa soprattutto la durata del posticipo. Su un orizzonte di dodici mesi, questi importi appena citati vanno letti come incasso una tantum distribuito lungo l’anno. Su diciotto mesi, le cifre si moltiplicano per 1,5. Su ventiquattro mesi addirittura raddoppiano. Tradotto: per un dipendente con 30mila euro lordi, due anni di permanenza al lavoro in più comportano quindi un extra netto intorno ai 5.500 euro complessivi; con 45mila euro, l’ordine di grandezza sfiora i 8.300 euro; con 60 mila euro, può superare gli 11mila. L’effetto sulla pensione futura rimane, ma si concentra sulla parte contributiva. Per periodi brevi l’erosione del montante è generalmente modesta perché continua ad affluire la quota del datore di lavoro.

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Quali effetti sui conti pubblici
Detto questo, quale sarà l’impatto sui conti pubblici? Stando alla relazione del governo, nel 2026 si stimano minori entrate contributive per circa 12,8 milioni e un risparmio di spesa pensionistica di 12,2 milioni: l’effetto netto è dunque leggermente negativo, nell’ordine di mezzo milione. Il 2027 e il 2028 mantengono lo stesso schema, con un saldo che resta moderatamente in rosso perché la riduzione dei contributi supera i risparmi sulle uscite. Nel 2029 l’effetto peggiora, anche per il minore gettito fiscale indotto dall’esenzione.

Dal 2030 in avanti, infine, i dati mostrano un equilibrio diverso: il risparmio sulle pensioni diventa strutturalmente superiore e l’effetto complessivo si attesta in positivo, attorno a 2,3 milioni l’anno. È il riflesso del fatto che, a regime, i lavoratori che hanno posticipato l’uscita fanno diminuire la spesa per nuove pensioni e il sistema recupera una parte dei costi iniziali.

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